E(qua) – LXXVIII

Trenta giorni sono passati e delle persone ho smesso di preoccuparmi.

Perché indugiare, quando poi si fanno comunque del male?

Perché stemperare e attendere, quando il loro tempo scocca e non ti rivolgono che uno sguardo irriverente?

Ballo leggiadra e sbeffeggio il destino avverso, mi cruccio di giusti problemi e amo di più gli spiriti sereni e sinceri. Inizio nuovamente a bearmi delle giornate e delle risate mordenti, perché il cielo non è tinto solo di violente nuvole ma anche di impeti allegri e mordenti.

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