La collina dei libri del silenzio

Il villaggio era situato su una brulla collina, sovrastante i boschi e le pianure. Era la più alta della valle, sormontata dai tetti delle case e dalla torre da cui le campane risuonavano ogni ora. Ad ogni rintocco stormi di rondini volteggiavano nel cielo. Le vie erano lastricate di pietra nera e le case erano costruite in legno, i tetti di paglia e le porte in cristallo. La fontana della piazza era costruita in marmo bianco, cesellata dai mastri del paese e le acque splendide e allegre erano colorate da ninfee azzurre e bianche.

Le persone che abitavano il villaggio erano vestite di rosso, dalla prima all’ultima. Nemmeno la governatrice eludeva il rigido codice di abbigliamento, come tutte le altre regole del villaggio. All’alba, in ogni casa veniva acceso il camino e si mettevano su le pentole per il cibo, le famiglie si alzavano dai giacigli di foglie, si vestivano e uscivano per la strada, lasciando un solo componente in casa, a badare al fuoco. Una lunga e silenziosa marcia procedeva sulla via circolare, la principale nel villaggio, costruita intorno alle basse mura in pietra. Dopo di ché tutti tornavano nelle case, si cambiavano d’abito e indossavano gli indumenti da lavoro. Imbracciavano poi gli attrezzi e uscivano per andare nei boschi e nelle pianure. Per tutto il giorno nessuno poteva mangiare se non quello che trovava nel luogo in cui stava lavorando e solo alla sera, una volta tornate nelle case, le persone potevano mangiare sedute al tavolo, in silenzio. La sera era dedita alla lettura dei libri scritti e stampati nella tipografia del paese. La scrittura era l’unica arte promossa nella comunità e tutti leggevano, come ognuno di loro, ad ogni ora e rintocco delle campane, si fermava, apriva le braccia al cielo e poi restava accovacciato per dieci lunghi respiri, in qualsiasi luogo si trovasse.

Le persone potevano allontanarsi dal villaggio solo nella misura in cui sarebbero riuscite a udire le campane. Chi non lavorava nelle campagne e non raccoglieva nei boschi i frutti della terra, si adoperava nella cura del villaggio, oppure lavorava nella tipografia, nei forni per la panificazione, nel mulino, nella sorgente d’acqua e nelle altre strutture di produzione per il sostentamento di tutti gli abitanti.

Ogni rottura, ogni segno del tempo, tutto quello che non era nei piani della governatrice, veniva riportato sulla via del piano originario all’interno del villaggio.

La porta della casa vicino all’ingresso al villaggio venne spalancata dal braccio di una ragazza. Lei sarebbe dovuta andare alla tipografia, ma non lo aveva fatto quel giorno. Era vestita di blu, i capelli, di solito lunghi oltre le spalle per ogni componente del villaggio, erano corti e tra le mani teneva un libro.

La via non era vuota, ma nessuna persona che incontrò sul suo cammino fino alla piazza la fermò, attonita e intimorita. Salì sul bordo in marmo della fontana, i piedi nudi. Guardò il libro un’ultima volta e poi lo gettò in acqua.

Qualcuno dietro di lei gridò.

Il suo atto sarebbe stato punito con la morte.

L’avrebbero catturata?


Articoli precedenti dei Dialoghi: Arhirl: il mondo caduto, Il ritorno quotidiano.


GC – The Melted Soul

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