E(qua) – LXIII

Pensieri e pensieri in questi giorni, soprattutto perché credo che non sia ancora in grado di comprendere appieno le persone. Basterà vivere? Basterà provare nuovi punti di vista? Sarà abbastanza aprirsi al pensiero altrui e tentare di capirlo, interiorizzarlo e discuterlo in sinergia con il mio pensiero?

Nonostante le diverse domande, che magari hanno interrogato il vostro cervello, ho cominciato a focalizzarmi sui problemi derivanti da certe emozioni che chiunque nota e vede anche se non vorrebbe. Invidia, gelosia e violenza. Ho iniziato ad approfondire la mia conoscenza in relazione a questi tre termini, ma l’impresa è ardua e sarà lunga; meglio così, potrò godermela e intanto farmi delle idee preliminari, tra le quali è sorta questa: quando gli individui smetteranno di riversare i propri problemi su altri individui, sia con invidia, sia con la violenza, sia con la gelosia, allora forse, accetterò le persone così per come sono. Quando le persone smetteranno di sminuirsi per caratteri indelebili e non modificali, allora solo a questo punto, le persone potranno vivere davvero bene, prive di timori e di dubbi. Quando gli individui capiranno che bisogna pensare al nostro spirituale e al nostro corpo e non al nostro materiale, al nostro essere cose che possediamo, allora finalmente percepiremo la felicità. Dovremmo apprezzare e difendere le nostre proprietà in misura tale che non offuschino il nostro giudizio sugli altri, di modo da non rendere nessuno inferiore nel suo essere materiale. 


Per ora so che posso aiutare e voglio farlo. Le mie esperienze purtroppo mi hanno dimostrato come in realtà il mio aiuto è letto come supponenza, la mia voglia di condividere il sapere come egocentrismo. Se così deve essere allora sarà, ma io so che non è così, che i miei sentimenti non sono questi, che le mie intenzioni non sono queste. So che è possibile crescere sempre, un passo in più, un giorno in più di vita e un giorno in meno di sorpresa. Sono certa che tutti potremmo fare qualcosa di buono, se solo non fossimo tanto indaffarati a trovare una risposta alle parole che ci vengono rivolte e non ad ascoltare le parole e il corpo di chi le pronuncia.

Se riuscissimo a crescere e a mantenere intatta la gioia, la meraviglia e la libertà di movimento che solo l’infanzia ci può far vivere, potremmo ironizzare sui problemi, accettare come parte della vita quelli che molte persone vedono come ostacoli insormontabili, vivremmo meglio, assieme, senza bisogno di regole per ogni minimo aspetto della vita sociale e della buona condotta; non avremmo bisogno di una morale rinsecchita dai pregiudizi e dalle distinzioni di genere; saremmo perfettamente in grado di vivere meglio e a nessuno verrebbe in mente di eleggere a feticci di felicità tradizioni e usanze culturali che non uniscono, ma dividono inesorabilmente. Una esistenza siffatta sarebbe più “dura” di quella che possiamo sperimentare nella società contemporanea, ma meno rigida di quella che ha preceduto il nostro odierno millennio. Saremmo fortunati se tutti noi capissimo quanto potremmo davvero fare per tutti se solo uscissimo dalle zone di comfort del nostro pensiero, del nostro modo di vedere il vivere


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GC – The Melted Soul

10 pensieri su “E(qua) – LXIII

  1. Se non avessi la mia zona comfort, sarei finito o al cimitero o in galera.
    Esistono differenze inconciliabili, che non ammettono né diplomazia né tolleranza.
    In alcuni casi – e non sono nemmeno rari – più che ponti, bisognerebbe erigere muri.

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    • Credo sia vitale avere la propria zona di comfort, però credo anche che bisognerebbe indagare la figura dell’altro, soprattutto indagare le differenze culturali che non ci permettono di comunicare pienamente. Dopodiché si possono prendere in considerazione i “muri”. La mia intenzione con questo articolo è quella di sottolineare come alcuni giudizi, tra noi, in questa comunità e più in generale nella nostra società, senza contare differenze culturali regionali, ci isolano e sono negativi per noi stessi e per l’altro.
      Grazie per il commento costruttivo!

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      • Non so, in generale si considera l’isolamento sempre in maniera negativa.
        Premettendo che è sempre un bene la conoscenza (dalla quale, però, non deve per forza scaturire qualcosa: se scopro che una cosa non mi piace, non ci voglio avere niente a che fare), bisogna anche vedere quale isolamento si prende in causa.
        Tanto per fare un esempio: se due culture dovessero fondersi, forse riuscirebbero a dare vita a qualcosa di nuovo e grandioso, ma ne potrebbe anche derivare l’annientamento di una o entrambi le parti.
        Non posso non considerare tutti gli atti di “colonialismo” dell’uomo bianco occidentale, che ha portato all’estinzione delle civiltà precolombiane e la sottomissione dei nativi americani e africani; si è trattato a tutti gli effetti di invasione e sterminio ingiustificato.
        Di contro, ora che i confini geografici dovrebbero essere ben definiti, riconosco l’autorità del sovranismo nazionale (incluso il diritto a non ammettere “intrusi” senza consenso) per la conservazione della propria cultura, così come concederei ai vari separatisti la totale indipendenza.

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      • Ok, capisco il tuo punto di vista. Più che un muro, credo che da parte mia potrebbe esserci un rifiuto.
        Non pensi che un muro possa rendere invisibile certi cambiamenti che potrebbero avvenire? (Meglio o peggio)

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